FEDERICO FELLINI La mia Rimini - Anteprima/Preview  
     
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FELLINI'S DAY
Osta te
di Sergio Zavoli
So molto bene che la circostanza è di nessun rilievo, ma il 12 giugno del 1980 ho smesso di fare il mio mestiere per intraprenderne, o arrischiarne, un altro. Avevo, perciò, bisogno di auguri. Me ne sono giunti a migliaia, segno sicuramente di affetto, ma anche di una qualche inquietudine per la nuova piega che avevo dato alla mia vita, e forse non solo alla mia.
Un telegramma diceva: “Osta te. Federico”. Federico è Fellini. Ma “Osta te” richiede una spiegazione più laboriosa. Per dire che cosa significano quelle due parole riandrò a una vicenda di molti anni fa.
Quell’anno a Rimini, c’era una grande attesa del panfilo. Si diceva che Fellini sarebbe sbarcato con tutta la gente del suo film. Neppure l’arrivo del Corsaro Nero – che nel 1933 gettò l’ancora davanti al Kursaal, a mezzanotte, e sparacchiò tutta la sera per reclamizzare un ballo in costume – aveva destato tanta curiosità. In quei giorni, assai trepidi per il mio paese, solo un’esigua minoranza di cittadini era dubbiosa sulla faccenda del panfilo: in testa, la congrega del porto. Ma sbaglierebbe di grosso chi scambiasse per gente vana, svogliata, quel gruppo di scettici che da maggio a settembre occupa gli scogli del molo. Al contrario, sono uomini molto inclini al pensare, assai mobili nel condurre le idee e tutti col cordone ombelicale che sugge, equamente, in quelle inesauribili emozioni della civiltà riminese che sono, l’inverno, sopra la ferrovia, cioè in città, e l’estate, sotto, cioè al mare. Per averli lungamente ascoltati, credo di saperli apprezzare come si deve.
Uscito di città nel 1947, e tornato ogni anno col mucchietto di giorni che accorda il sindacato di fuori, li ho ritrovati sempre al loro posto, ciascuno sul proprio scoglio, sia che venissi in giugno o in settembre. Le dita incrociate sotto la testa, il corpo adattato alle forme dei massi, non si muovono nemmeno se arriva la tromba marina e la gente abbandona tutto come nelle ritirate, neanche col garbino che vela il cielo di un pulviscolo giallo, neanche quando verso le due la spiaggia è come un deserto e giunge fino alla cima del molo il grandioso concerto dei pensionanti che mangiano nelle verande da Bellaria a Gabicce. Restano lì persino quando non ne hanno più voglia, e ancor meno hanno voglia di andarsene.
Li chiamiamo scogli, ma sono cubi di calcestruzzo: massi di un metro per lato intelaiati col ferro, che sgorgano qua e là bave di ruggine. Li ha rotolati lungo la spalla del porto per proteggerlo dalle mareggiate, l’ingegneria comunale; non è dunque un orlo prezioso della natura, come vorrebbe il nostro affetto smisurato per la cima del porto ...continua acquistando il PDF
 
 
 
     
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FELLINI'S DAY
Theut, Fellini
e il Faraone
di Umberto Eco
So molto bene che la circostanza è di nessun rilievo, ma il 12 giugno del 1980 ho smesso di fare il mio mestiere per intraprenderne, o arrischiarne, un altro. Avevo, perciò, bisogno di auguri. Me ne sono giunti a migliaia, segno sicuramente di affetto, ma anche di una qualche inquietudine per la nuova piega che avevo dato alla mia vita, e forse non solo alla mia.
Un telegramma diceva: “Osta te. Federico”. Federico è Fellini. Ma “Osta te” richiede una spiegazione più laboriosa. Per dire che cosa significano quelle due parole riandrò a una vicenda di molti anni fa.
Quell’anno a Rimini, c’era una grande attesa del panfilo. Si diceva che Fellini sarebbe sbarcato con tutta la gente del suo film. Neppure l’arrivo del Corsaro Nero – che nel 1933 gettò l’ancora davanti al Kursaal, a mezzanotte, e sparacchiò tutta la sera per reclamizzare un ballo in costume – aveva destato tanta curiosità. In quei giorni, assai trepidi per il mio paese, solo un’esigua minoranza di cittadini era dubbiosa sulla faccenda del panfilo: in testa, la congrega del porto. Ma sbaglierebbe di grosso chi scambiasse per gente vana, svogliata, quel gruppo di scettici che da maggio a settembre occupa gli scogli del molo. Al contrario, sono uomini molto inclini al pensare, assai mobili nel condurre le idee e tutti col cordone ombelicale che sugge, equamente, in quelle inesauribili emozioni della civiltà riminese che sono, l’inverno, sopra la ferrovia, cioè in città, e l’estate, sotto, cioè al mare. Per averli lungamente ascoltati, credo di saperli apprezzare come si deve.
Uscito di città nel 1947, e tornato ogni anno col mucchietto di giorni che accorda il sindacato di fuori, li ho ritrovati sempre al loro posto, ciascuno sul proprio scoglio, sia che venissi in giugno o in settembre. Le dita incrociate sotto la testa, il corpo adattato alle forme dei massi, non si muovono nemmeno se arriva la tromba marina e la gente abbandona tutto come nelle ritirate, neanche col garbino che vela il cielo di un pulviscolo giallo, neanche quando verso le due la spiaggia è come un deserto e giunge fino alla cima del molo il grandioso concerto dei pensionanti che mangiano nelle verande da Bellaria a Gabicce. Restano lì persino quando non ne hanno più voglia, e ancor meno hanno voglia di andarsene.
Li chiamiamo scogli, ma sono cubi di calcestruzzo: massi di un metro per lato intelaiati col ferro, che sgorgano qua e là bave di ruggine. Li ha rotolati lungo la spalla del porto per proteggerlo dalle mareggiate, l’ingegneria comunale; non è dunque un orlo prezioso della natura, come vorrebbe il nostro affetto smisurato per la cima del porto ...continua acquistando il PDF
 
 
 
       
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IL GIORNO DI FELLINI
25 settembre 1983

Dalla trascrizione inedita della conferenza stampa tenuta sulla terrazza del Grand Hotel per il lancio del film E la nave va, Rimini 25 settembre 1983.

[…] «Nei miei film qualche volta c’è stato il personaggio di un giornalista, ad esempio ne La dolce vita, ma è soprattutto in questo film (E la nave va) che compare. Tuttavia ha una funzione particolare: non è soltanto l’informatore, cioè colui che racconta, ma è l’informatore che separa, l’informatore che divide, quasi una specie di membrana tra il pubblico e la realtà. In effetti, in questo caso ho tentato un gioco un po’ rischioso, e il disagio che alcuni spettatori hanno avvertito nel film deriva proprio dal successo di quest’operazione. La stampa e la televisione oggi ci informano continuamente di quanto sta accadendo nel mondo. Questo, senza che ce ne siamo accorti, ha finito per farci vivere il nostro rapporto con la realtà attraverso la televisione o attraverso l’informazione. Abbiamo con la realtà un rapporto vago: non sappiamo più che cosa sia. L’intenzione, sottilmente e, per così dire, affettuosamente polemica del mio film verso questo modo di informare sulla realtà sta nel fatto che i personaggi risultano più distanti, non si riescono a conoscere, perché sono mediati, interpretati, presentati dalla presenza continua, costante, assillante, obbligante di un giornalista. Quindi il pubblico rimane con la voglia di conoscere i reali sentimenti dei personaggi, e le loro azioni. Ed è soltanto alla fine che gli spettatori più affezionati e “resistenti”, quelli che non escono dalla sala, naturalmente, cominciano ad avere il sospetto che queste persone in fondo siamo proprio noi stessi. Ed è per questo che, improvvisamente, sul finire del film, avviene un contatto profondo tra la platea e i personaggi: perché non c’è più il giornalista e perché la tensione da parte del pubblico di conoscerli ha finalmente provocato questa fusione.
Ma ormai è troppo tardi, poiché la mancanza di un rapporto reale, autentico, personale, individuale con la realtà ha creato una separazione incolmabile. Ragazzi, ho capito finalmente il mio film con questa chiacchierata! Vi ringrazio tanto.»

Si può affermare che il cinema è l’arte di tutti e che le singole arti sono state un po’ destabilizzate, o diseredate da questo grande mare, da questo grande momento che le convoglia tutte?

«No, non credo. Se lei va a Venezia a vedere la mostra di De Pisis si accorgerà che il cinema non ha scalfito minimamente la grande pittura.»

Sì, ma a Venezia ho anche visto registi che dipingono, Antonioni ad esempio, e questo mi ha fatto pensare ad una sorta di nostalgia che il regista prova per altre arti e luoghi di espressione.

«Sì, certo, ma un autore di cinema, se è un cineasta autentico, possederà una forma espressiva che, consistendo nell’immagine, avrà una prevalenza di valori figurativi. E, dal momento che la pittura è fatta di luce, di volumi, di tonalità, può essere quasi definita come la mamma del cinema, l’arte da cui il cinema, ancora prima che dalla letteratura e dalla musica, sugge il senso più autentico, più profondo dell’espressione.» ...continua acquistando il PDF

 
       
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RITORNO AL FUTURO
La Fondazione Fellini
e la memoria storica del Maestro

di Vittorio Boarini
Molti sono i recits, dalle tesi storicamente documentate fino all’annedottica che confina col pettegolezzo, sui rapporti tormentati, a dire di molti, fra Fellini e la sua città natale. Uno dei fatti però di cui bisogna in ogni caso tenere conto prima di esprimere un giudizio al proposito, è la circostanza che poco più di un anno dopo la morte del Maestro si costituiva a Rimini, per volontà del Comune e della famiglia, la Fondazione Federico Fellini. Ad essa non mancò il sostegno della Provincia e della Regione Emilia-Romagna, nonché di rilevanti entità private quale la Fondazione Cassa di Risparmio.
Lo scopo statutario della Fondazione può essere così riassunto: conservare, valorizzare e trasmettere la memoria storica dell’uomo che tutto il mondo del cinema ammira e onora. Se tale definizione risulta chiara e perfino ovvia, le modalità attraverso cui raggiungere un fine siffatto lo sono assai meno e, quindi, la Fondazione trascorre i primi anni della sua esistenza in una sorta di ricerca della propria identità, oscillando fra la individuazione di materiali felliniani da acquisire (ricerca benemerita poiché ha dotato la Fondazione di un notevole patrimonio) e la promozione di eventi clamorosi, quale la proiezione nella piazza centrale di Rimini della copia restaurata de La dolce vita (eventi altrettanto benemeriti poiché hanno diffuso la conoscenza della Fondazione stessa e delle sue finalità a un pubblico più vasto).
Le due attività, fra l’altro, possono perfettamente coesistere, ma ciò che stentava a delinearsi era un modello di istituzione culturale in cui fosse chiaro il rapporto fra acquisizioni, loro conservazione, loro messa a disposizione degli studiosi (ma anche di un pubblico meno specializzato) ed eventi, fossero essi eccezionali o permanenti ...continua acquistando il PDF
 
  English
THE FEDERICO FELLINI
FOUNDATION
Historical memory of
the director projected
into the futur

Translation by
John Denton
Much has been written on what is widely considered the troubled relationship between Fellini and his native town, ranging from fully documented academic research to anecdotes verging on gossip. One fact that should be taken into consideration before giving an opinion on the above is the setting up of the Federico Fellini Foundation, little more than a year after the director’s death, on the initiative of the local authorities and the family. Support also came from the Provincial authorities and the Emilia-Romagna Regional Administration, as well as important private sponsors, such as the Cassa di Risparmio Bank Foundation.
The official aims of the Fellini Foundation are: to preserve, enhance and communicate the historical memory of a man admired and honoured by the entire world of the cinema. Though this definition of aims is clear enough, the same cannot be said of the way in which these aims are to be achieved. Consequently, the Foundation devoted its early years to a search for its own identity, ranging from identification of items with Fellini connections to collect (the results being particularly noteworthy) and organisation of spectacular events, like the showing, in Rimini’s main square, of a restored print of La Dolce Vita, which made the Foundation and its activities more widely known.
Both activities are perfectly compatible, though there was some difficulty in establishing a type of cultural institution with a clearly defined relationship between acquisitions, their conservation and availability for specialist (and more general) consultation and more or less ephemeral events ...to be continued buying the PDF
 
 
 
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