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| FEDERICO FELLINI La mia Rimini - Anteprima/Preview | |||
GENIUS LOCI Effetti collaterali Renzo Semprini intervista Vittorio D’Augusta sull’arte contemporanea a Rimini |
Negli ultimi decenni Rimini si è radicalmente
trasformata. Come si è modificata
l’arte, o che ruolo ha avuto l’arte nel
processo di sprovincializzazione? |
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GENIUS LOCI Fotografare un sogno. Immagini e immaginario urbano di Giorgio Conti |
Rimini moderna coincide con la
nascita dello Stabilimento Bagni
del 1843, quest’ultimo è quasi
coevo all’invenzione della fotografia
(1839). Escludendo i tempi lunghi – in
senso braudeliano – della storia, anche
perché sono già stati documentati in precedenti
ricerche, sarebbe più opportuno
concentrarsi sul ruolo della fotografia
nel definire l’immagine e l’immaginario
della città dal secondo Dopoguerra. Rimini,
principale baluardo difensivo strategico
dell’esercito nazista, arroccato
lungo la Linea Gotica, è la città che ha
subito più bombardamenti: solo il 12%
degli edifici è uscito illeso dagli eventi
bellici. Dopo la guerra, paradossalmente,
la città non ha più un volto, un’identità
formale, nonostante che la sua morfologia
urbana non sia stata intaccata.
Questa storia per immagini, da interpretare
anche come immagini che hanno
fatto storia, dovrebbe essere ripartita in
tre fasi: 1) la Ricostruzione o del Neorealismo (gli anni ’50) 2) il Boom o del Pop-consumismo (anni ’60-’70) 3) la Grande Trasformazione o del Postmodernismo (dagli anni ’80 ad oggi). La Ricostruzione ha due riferimenti obbligati, ma opposti per tematica, da un lato Werner Bischof, dall’altro Publifoto di Milano. Il primo è un fotografo svizzero (di Zurigo), co-fondatore della prestigiosa agenzia giornalistica internazionale Magnum. È un foto-giornalista che rifugge dalla superficialità e dal sensazionalismo, viene a Rimini nell’immediato dopoguerra per documentare le attività del CEIS, il Centro Educativo Italo Svizzero, il “dono svizzero per le vittime di guerra”. La sua è una foto calibrata, tendente a cogliere, con partecipazione emotiva e rigore compositivo, la vita di quella singolare comunità educativa, composta da orfani e senza tetto. Eppure, nonostante che l’arenile sia ancora in parte da sminare, già dal 1946 la “vita di spiaggia” è ripresa lungo la Riviera. I neo-turisti, nell’immagine Publifoto, sono un po’ provati, nel fisico, ma ostentano ancora la voglia di farsi fotografare alle prese con i nuovi strumenti del divertimento ...continua acquistando il PDF |
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GENIUS LOCI Da Jonny Logan a Martin Mystère. Rimini a fumetti di Paolo Guiducci |
A Fellini quella strampalata banda
di cacciatori di taglie, quotidianamente
alle prese con il problema
di sbarcare il lunario, forse sarebbe
piaciuta. Soprattutto il protagonista, “un
ragazzotto troppo ingenuo per essere
completamente considerato tale” per dirla
con Oreste del Buono. Ritratto un poco
come il Titta di Amarcord, che a sua
volta rimanda a Li’l Abner di Al Capp, al
Fellini amante dei fumetti e del Corrierino
dei Piccoli, al regista che tanto assomiglia
al sor Pampurio e strizzava l’occhio
ad Arcibaldo e Capitan Cocoricò,
Jonny Logan forse sarebbe andato a genio.
Così come l’avrebbe incuriosito
l’autore. “Purtroppo non ha mai avuto
l’occasione di incontrarlo, al Maestro”.
Laureato in Lettere e Filosofia con una
specializzazione in Psicologia da sempre
ben chiusa nel cassetto, Romano Garofalo
è il riminese da più tempo in attività
sulle nuvole. Da trent’anni gira l’Italia senza possedere né auto né patente: ama la bicicletta e utilizza i treni, sui cui vagoni ha inventato la gran parte dei personaggi di carta. Da sceneggiatore vanta più d’una collaborazione con Giorgio Cavazzano, il disegnatore disneyano oggi più famoso (il serial umoristico-poliziesco Slim Norton e alcune campagne pubblicitarie), e con Massimo Bonfatti, altra firma nota dell’umorismo made in Italy (vi dice qualcosa Cattivik?), ma il suo nome resta indissolubilmente legato a Jonny Logan. Erano i favolosi anni Settanta, il fumetto tirava a meraviglia, quando casualmente fece la sua comparsa in edicola quel character modellato fisicamente sul volto di Lando Buzzanca, all’epoca attore di grido. “Ero ancora chino sui libri quando mi venne l’idea di realizzare un mensile. Preparai un progetto da inviare alla casa editrice Araldo (l’attuale Sergio Bonelli Editore, quella di Tex e Dylan Dog, ndr). Per sbaglio finì invece alla Dardo ...continua acquistando il PDF |
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GENIUS LOCI Fisiognomica riminese di Marino Bonizzato (La Talpa) |
«L’hai preso in pieno!» «Chi, chi ho preso in pieno!?» «Ma, non so! È proprio lui!» «Lui chi!?» «Lui… la sua faccia, la sua espressione!» «Eh no, amico, lui non può essere solo la sua faccia, il suo aspetto! Lui è una cosa più complessa!» «Non dirmi che anche qui tiri fuori la tua teoria della doppia essenza delle cose e delle persone… del genio e dell’individuo che convivono…» «Guarda che sei un bel tipo! Possibile che tu tenga in così poca considerazione il tuo genio personale? Possibile che il tuo intelletto sia tanto condizionato dal sistema da fargli negare non dico la tua parte migliore, perché per me spirito e corpo hanno lo stesso valore, ma, appunto, la tua interezza?» «Ma davvero mi vedi… come dire… dimezzato?» «No, non è tanto che tu sia dimezzato, quanto che di te se ne vede solo la metà… ché te fai vedere solo una metà di te stesso: l’altra l’hai talmente ricoperta, stratificata e appesantita di cose varie, soprattutto materiali, che sta affondando e fa fatica a stare a galla!» «Cosa vuoi dire allora, che si vede solo la mia faccia, che l’altra parte è come mascherata e si sottrae alla vista?» «Fermo lì!, ché hai detto la parola giusta! Vedi, tu sei la tua faccia, la tua maschera e quello che c’è dietro la tua maschera! » «E allora?» «E allora pensa un po’ che problema è farti un ritratto! Chi prendo, uno dei tre o tutti e tre?» «Beh, intanto potresti cominciare dalla faccia: se ho ben capito quella è lì a disposizione, in prima linea…» ...continua acquistando il PDF |
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GENIUS LOCI Il dialetto di Federico di Gianfranco Miro Gori |
Nel racconto, firmato Fellini, che
sta all’inizio e a fondamento di
questo libro, c’è un motivo ricorrente.
A volte è esplicito. Altre – più spesso
– si cela come un fiume carsico. Ma,
pur se nascosto alla vista, seguita a correre
fino al momento in cui riemerge. Si tratta
del tema dialettale. Il dialetto compare direttamente in alcune frasi e locuzioni; campeggia nei nomi o meglio soprannomi. L’amico Bagarone, per esempio. Così chiamato “come gli stercorari, perché quando si arrabbiava, farfugliava”. “Ciapalòs, che non è un nome greco, ma vuol dire: ‘Prendi l’osso’ ”. “Bedassi, detto ‘quel pataca di Tarzan’”. “E’ Guat”, “come i goatti, quei pesci neri che si pescano nel porto solo di marzo”. “Fafinòn de fòs”, “perché, quando aveva bisogno di liberarsi il corpo, si sdraiava di traverso sul fosso, come un ponticello”. Ma non basta. A un certo punto Fellini confida che gli piacerebbe “fare un western sui contadini romagnoli”, Òs-cia dla Madòna. “Una bestemmia – egli chiosa –: ma come suono è più bello di Rasciomon”. Il riferimento è, con tutta evidenza, al famoso film di Kurosawa. Sulle “cadenze, dolcezze infinite” dei suoni del suo paese, pur aspro, arrogante e blasfemo, Fellini torna a indugiare poco dopo. “Ricordo la voce di una bimba, un pomeriggio d’estate, in un vicolo pieno d’ombra: ‘Che or’è?’. ‘Saran quasi le quattro…’. E la bimba: ‘Ma senza quasi…’”. Detta così, la base dialettale del dialogo risulta sibillina. Il regista la riformulerà tredici anni dopo in Fare un film. Alla domanda “Che or’è?”, una voce risponde: “Saranno belle le quattro…”. E la bimba “cantilenando come a dire che era sicuramente più tardi: ‘Ah senza belle…’”. A questo punto bisogna ricordare che, nel dialetto romagnolo di area riminese, “bèla” significa “ormai” “quasi”2. Ma c’è dell’altro. Quando Fellini, che se n’è andato da Rimini alla fine degli anni Trenta, ritorna: è il 1946. La città è un cumulo di macerie. ...continua acquistando il PDF |
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