FEDERICO FELLINI La mia Rimini - Anteprima/Preview  
     
     
 
Genere:
Autore
Titolo:
Genius Loci
Vittorio D’Augusta intervistato da Renzo Semprini - Effetti collaterali
Giorgio Conti - Fotografare un sogno. Immagini e immaginario urbano
Paolo Guiducci - Da Jonny Logan a Martin Mystère. Rimini a fumetti
Marino Bonizzato - Fisiognomica riminese
Gianfranco Miro Gori - Il dialetto di Federico
Uscita:
Ottobre 2009
Pagine:
27
ISBN:
978-88-8049-313-6
Formato:
PDF sola lettura
Stato:
Disponibile
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GENIUS LOCI
Effetti collaterali
Renzo Semprini intervista
Vittorio D’Augusta
sull’arte contemporanea
a Rimini

Negli ultimi decenni Rimini si è radicalmente trasformata. Come si è modificata l’arte, o che ruolo ha avuto l’arte nel processo di sprovincializzazione?

Dopo le rovine della guerra la ripresa della città è stata così veloce e imponente da produrre, come effetti indesiderati, squilibri ambientali, perdita delle radici, insicura identità. Non so se possa chiamarsi “sprovincializzazione” quel processo. Eppure è curioso constatare come proprio quegli imprevisti “effetti collaterali” – quei difetti di crescita – possano rovesciarsi nella vera risorsa culturale di Rimini: città anomala, contraddittoria, pronta a mettersi in gioco, laboratorio aperto in cui tradizione e innovazione possono felicemente scontrarsi e produrre espressività. Non a caso, in questo contesto, nasce l’immagine pubblicitaria di Toccafondo che reclamizza, attraverso la pittura, la Rimini di oggi; Marco Neri dipinge le sue “bandiere” per la Biennale di Venezia; Roberto Paci Dalò progetta interventi multimediali per la prossima Quadriennale; Paolo Serra dipinge per importanti gallerie europee; Giovanni Lombardini prepara una personale a Washington e Leonardo Pivi una collettiva alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna, Maria Luisa Tadei alla Galleria Nazionale di Lubjana; Nicola Cucchiaro, “Mala . Arti Visive”, Sabrina Foschini, Maria Pia Campagna, Giovanni Urbinati, Eugenio Lombardini, Emanuela Santarini, Paolo Valente, Alessandro La Motta, Franco Pozzi e i giovani Massimo Modula e Alessandro Ripa sono impegnati in originali ricerche. Inoltre, Pino Parini e Massimo Marra, riprendendo le teorie opertive di Silvio Ceccato, approfondiscono i temi inerenti la percezione visiva e i rapporti tra arte e didattica. Nello stesso contesto, nasce a Rimini una nuova Accademia di Belle Arti. Sicuramente un merito va dato agli artisti delle generazioni più recenti: essi non hanno cercato il consenso della cultura media cittadina, misurandosi in più lontani e difficili confronti. Proprio in ciò sta il discrimine tra mentalità provinciale e apertura intellettuale, e non certo nel preferire il silenzio della spiaggia autunnale al chiasso di Milano ...continua acquistando il PDF

 
 
     
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GENIUS LOCI
Fotografare
un sogno.
Immagini e
immaginario urbano
di Giorgio Conti
Rimini moderna coincide con la nascita dello Stabilimento Bagni del 1843, quest’ultimo è quasi coevo all’invenzione della fotografia (1839). Escludendo i tempi lunghi – in senso braudeliano – della storia, anche perché sono già stati documentati in precedenti ricerche, sarebbe più opportuno concentrarsi sul ruolo della fotografia nel definire l’immagine e l’immaginario della città dal secondo Dopoguerra. Rimini, principale baluardo difensivo strategico dell’esercito nazista, arroccato lungo la Linea Gotica, è la città che ha subito più bombardamenti: solo il 12% degli edifici è uscito illeso dagli eventi bellici. Dopo la guerra, paradossalmente, la città non ha più un volto, un’identità formale, nonostante che la sua morfologia urbana non sia stata intaccata. Questa storia per immagini, da interpretare anche come immagini che hanno fatto storia, dovrebbe essere ripartita in tre fasi:
1) la Ricostruzione o del Neorealismo (gli anni ’50)
2) il Boom o del Pop-consumismo (anni ’60-’70)
3) la Grande Trasformazione o del Postmodernismo (dagli anni ’80 ad oggi).
La Ricostruzione ha due riferimenti obbligati, ma opposti per tematica, da un lato Werner Bischof, dall’altro Publifoto di Milano.
Il primo è un fotografo svizzero (di Zurigo), co-fondatore della prestigiosa agenzia giornalistica internazionale Magnum. È un foto-giornalista che rifugge dalla superficialità e dal sensazionalismo, viene a Rimini nell’immediato dopoguerra per documentare le attività del CEIS, il Centro Educativo Italo Svizzero, il “dono svizzero per le vittime di guerra”.
La sua è una foto calibrata, tendente a cogliere, con partecipazione emotiva e rigore compositivo, la vita di quella singolare comunità educativa, composta da orfani e senza tetto. Eppure, nonostante che l’arenile sia ancora in parte da sminare, già dal 1946 la “vita di spiaggia” è ripresa lungo la Riviera.
I neo-turisti, nell’immagine Publifoto, sono un po’ provati, nel fisico, ma ostentano ancora la voglia di farsi fotografare alle prese con i nuovi strumenti del divertimento ...continua acquistando il PDF
 
     
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GENIUS LOCI
Da Jonny Logan a Martin Mystère.
Rimini a fumetti
di Paolo Guiducci
A Fellini quella strampalata banda di cacciatori di taglie, quotidianamente alle prese con il problema di sbarcare il lunario, forse sarebbe piaciuta. Soprattutto il protagonista, “un ragazzotto troppo ingenuo per essere completamente considerato tale” per dirla con Oreste del Buono. Ritratto un poco come il Titta di Amarcord, che a sua volta rimanda a Li’l Abner di Al Capp, al Fellini amante dei fumetti e del Corrierino dei Piccoli, al regista che tanto assomiglia al sor Pampurio e strizzava l’occhio ad Arcibaldo e Capitan Cocoricò, Jonny Logan forse sarebbe andato a genio. Così come l’avrebbe incuriosito l’autore. “Purtroppo non ha mai avuto l’occasione di incontrarlo, al Maestro”. Laureato in Lettere e Filosofia con una specializzazione in Psicologia da sempre ben chiusa nel cassetto, Romano Garofalo è il riminese da più tempo in attività sulle nuvole.
Da trent’anni gira l’Italia senza possedere né auto né patente: ama la bicicletta e utilizza i treni, sui cui vagoni ha inventato la gran parte dei personaggi di carta. Da sceneggiatore vanta più d’una collaborazione con Giorgio Cavazzano, il disegnatore disneyano oggi più famoso (il serial umoristico-poliziesco Slim Norton e alcune campagne pubblicitarie), e con Massimo Bonfatti, altra firma nota dell’umorismo made in Italy (vi dice qualcosa Cattivik?), ma il suo nome resta indissolubilmente legato a Jonny Logan. Erano i favolosi anni Settanta, il fumetto tirava a meraviglia, quando casualmente fece la sua comparsa in edicola quel character modellato fisicamente sul volto di Lando Buzzanca, all’epoca attore di grido. “Ero ancora chino sui libri quando mi venne l’idea di realizzare un mensile. Preparai un progetto da inviare alla casa editrice Araldo (l’attuale Sergio Bonelli Editore, quella di Tex e Dylan Dog, ndr). Per sbaglio finì invece alla Dardo ...continua acquistando il PDF
 
     
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GENIUS LOCI
Fisiognomica
riminese
di Marino Bonizzato
(La Talpa)
«L’hai preso in pieno!»
«Chi, chi ho preso in pieno!?»
«Ma, non so! È proprio lui!»
«Lui chi!?»
«Lui… la sua faccia, la sua espressione!»
«Eh no, amico, lui non può essere solo la sua faccia, il suo aspetto! Lui è una cosa più complessa!»
«Non dirmi che anche qui tiri fuori la tua teoria della doppia essenza delle cose e delle persone… del genio e dell’individuo che convivono…»
«Guarda che sei un bel tipo! Possibile che tu tenga in così poca considerazione il tuo genio personale? Possibile che il tuo intelletto sia tanto condizionato dal sistema da fargli negare non dico la tua parte migliore, perché per me spirito e corpo hanno lo stesso valore, ma, appunto, la tua interezza?»
«Ma davvero mi vedi… come dire… dimezzato?»
«No, non è tanto che tu sia dimezzato, quanto che di te se ne vede solo la metà… ché te fai vedere solo una metà di te stesso: l’altra l’hai talmente ricoperta, stratificata e appesantita di cose varie, soprattutto materiali, che sta affondando e fa fatica a stare a galla!»
«Cosa vuoi dire allora, che si vede solo la mia faccia, che l’altra parte è come mascherata e si sottrae alla vista?»
«Fermo lì!, ché hai detto la parola giusta! Vedi, tu sei la tua faccia, la tua maschera e quello che c’è dietro la tua maschera! »
«E allora?»
«E allora pensa un po’ che problema è farti un ritratto! Chi prendo, uno dei tre o tutti e tre?»
«Beh, intanto potresti cominciare dalla faccia: se ho ben capito quella è lì a disposizione, in prima linea…» ...continua acquistando il PDF
 
     
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GENIUS LOCI
Il dialetto di
Federico
di Gianfranco Miro Gori
Nel racconto, firmato Fellini, che sta all’inizio e a fondamento di questo libro, c’è un motivo ricorrente. A volte è esplicito. Altre – più spesso – si cela come un fiume carsico. Ma, pur se nascosto alla vista, seguita a correre fino al momento in cui riemerge. Si tratta del tema dialettale.
Il dialetto compare direttamente in alcune frasi e locuzioni; campeggia nei nomi o meglio soprannomi. L’amico Bagarone, per esempio. Così chiamato “come gli stercorari, perché quando si arrabbiava, farfugliava”. “Ciapalòs, che non è un nome greco, ma vuol dire: ‘Prendi l’osso’ ”. “Bedassi, detto ‘quel pataca di Tarzan’”. “E’ Guat”, “come i goatti, quei pesci neri che si pescano nel porto solo di marzo”. “Fafinòn de fòs”, “perché, quando aveva bisogno di liberarsi il corpo, si sdraiava di traverso sul fosso, come un ponticello”. Ma non basta. A un certo punto Fellini confida che gli piacerebbe “fare un western sui contadini romagnoli”, Òs-cia dla Madòna. “Una bestemmia – egli chiosa –: ma come suono è più bello di Rasciomon”. Il riferimento è, con tutta evidenza, al famoso film di Kurosawa.
Sulle “cadenze, dolcezze infinite” dei suoni del suo paese, pur aspro, arrogante e blasfemo, Fellini torna a indugiare poco dopo. “Ricordo la voce di una bimba, un pomeriggio d’estate, in un vicolo pieno d’ombra: ‘Che or’è?’. ‘Saran quasi le quattro…’. E la bimba: ‘Ma senza quasi…’”. Detta così, la base dialettale del dialogo risulta sibillina. Il regista la riformulerà tredici anni dopo in Fare un film. Alla domanda “Che or’è?”, una voce risponde: “Saranno belle le quattro…”. E la bimba “cantilenando come a dire che era sicuramente più tardi: ‘Ah senza belle…’”. A questo punto bisogna ricordare che, nel dialetto romagnolo di area riminese, “bèla” significa “ormai” “quasi”2. Ma c’è dell’altro. Quando Fellini, che se n’è andato da Rimini alla fine degli anni Trenta, ritorna: è il 1946. La città è un cumulo di macerie. ...continua acquistando il PDF
 
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