Non saprei dire se fu nel ’71 o nel ’72. E neppure se era primavera inoltrata o settembre. Ho sempre avuto problemi con le date. Ma la scena è tuttora vivida e inequivocabile, come la sequenza di un film. Ero a Roma, all’Eur, e attraversavo in fretta, dopo un appuntamento con qualcuno all’Alitalia, quello spiazzalone che sta di fronte all’ingresso della Fiera. Doveva essere l’ora di pranzo, o della pennichella, perché non c’era davvero nessuno, ma potrebbe anche essere solo un meccanismo selettivo della memoria. Al centro della piazza c’era Fellini. Mi sono fermato di scatto a guardarlo, con una specie di stupore, ma guarda te, pensavo, e intanto istintivamente dirottavo verso di lui. Lui se ne accorse e mi venne a sua volta incontro, come se avessimo un appuntamento. “Sono di Rimini…” dissi. “Ah, mi pareva…” fece lui. Poi sparò una raffica di domande, chi ero, cosa facevo, dove stavo, perché ero a Roma. Era curioso come una gatta. E io ero al settimo cielo.
Appena tornato a Firenze gli spedii un pacco con tutti i libri che avevamo appena pubblicato (allora era il ’72 perché era un cartone pieno), Il calcio come ideologia, Libertà di stampa e censura di Marx, Mitosociologia di Bourdieu, Educazione come prassi politica, La dialettica dei sessi… Mi invitò ad andare a trovarlo a Cinecittà.
Nell’ottobre del ’72 fui incriminato dalla Procura della Repubblica di Firenze per la pubblicazione del “Libretto rosso degli studenti”, autori due svedesi, già sequestrato in diversi altri paesi, Inghilterra inclusa. Un’incriminazione “cercata”, dunque (che si sarebbe conclusa, fisiologicamente, con la condanna di editore e curatore a tre mesi e mezzo di carcere, con la condizionale). La stampa diede ampio risalto al Processo e come sempre si schierò, a favore o contro. Decidemmo provocatoriamente di ristampare subito il libretto sequestrato, con le pagine incriminate lasciate in bianco e una serie di “pareri autorevoli”. Fra questi, tre stringate e fulminanti paginette portavano la firma di Federico Fellini, appena conosciuto: “Se penso a tutto ciò che di cupo, di tetro, di irreale ha rappresentato la scuola per me come per tutti quelli della mia generazione….; se ricordo il senso di colpa, la soggezione, la paura …; se ripenso a tutto ciò le pagine di questo manuale della contestazione studentesca mi comunicano un singolare buon umore, un’allegra partecipe…. Anzi, c’è in alcuni paragrafi un tono così distaccato, ironico…che mi ha un po' turbato come quando ci si trova davanti a qualcosa di completamente nuovo…”. Rileggo queste pagine con la stessa commozione con lui rileggevo la parte finale del testo felliniano de “La mia Rimini”, dove Federico racconta la sua esperienza di una notte con i ragazzi de l’Altro Mondo Studios.
Fu questa sua “complicità” a farmi ritenere che sarei riuscito dove altri prima di me avevano fallito: riportare Fellini a Rimini. Ci ho messo senza quasi dieci anni. Ma prima è stato un susseguirsi di incontri e di avventure artistiche, come quando lo andai a prendere in Via Margutta per portarlo di nascosto a Firenze a incontrare Jusaburo Tsujmura, il più grande creatore di bambole giapponesi, che faceva uno spettacolo al Teatro Romano di Fiesole. “Bisognerebbe fare un film su La Divina Commedia – gli dicevo – te l’inferno, Bergman il purgatorio e Kurosawa il Paradiso…”. E Federico rideva.
E il giorno arrivò, grazie a tre “circostanze” favorevoli. La prima era che “E la nave va” sarebbe stato presentato a Venezia e la vicinanza con Rimini rendeva possibile quell’ambiguo ruolo di “precedenze” nella gestione della presentazione in anteprima della pellicola che consentì l’accordo con il produttore Cristaldi e con il festival di Venezia. La seconda fu la connivenza amichevole di Sergio Zavoli, coproduttore del film e riminese doc, che mise in riga tutta la dirigenza e la potenza della macchina RAI. Non a caso Zavoli aveva scritto per La Mia Rimini di Renzo Renzi il racconto splendido del primo “bidone” di Federico alla sua città con il racconto “In attesa del panfilo”!. La terza circostanza è quella che mi è più cara, perché riguarda la mia amicizia profonda con Marco Arpesella, allora gestore de Il Grand Hotel, vero genio del turismo riminese. Marco sposò in un secondo la mia idea di organizzare una grande festa per il “ritorno” di Federico e il lancio di “E la nave va”. “Il Grand Hotel – disse, ricordando Amarcord – deve tutto a Fellini. Anzi, gli spetterebbe di diritto la proprietà di un piano”. E mi firmò un assegno da 20 milioni.
Tutto si giocò in meno di due mesi. Convocai lo staff dei collaboratori, mia moglie Maria per il coordinamento organizzativo, Werther Casali per l’Ufficio Stampa, Giorgio Franchini per gli allestimenti, Ester De Miro per la consulenza cinematografica. Lo stato maggiore si sistemò al Grand Hotel e iniziò un’attività febbrile. Il libro “Fellini della memoria” fu montato in meno di un mese. Il Comune, dopo vari (e comprensibili, dati i precedenti) tentennamenti, ci mise a disposizione Ermanno Neri e diede il suo obolo. Ma la città complessivamente giocava come al solito contro. Fummo accusati fra l’altro edi aver accettato la sponsorizzazione di Aldo Ciavatta che aveva licenziato dozzine di operai poco tempo prima; e di organizzare una proiezione “esclusiva” al Novelli e un ricevimento “di classe” al Grand Hotel invece di prevedere il libero accesso di tutta la cittadinanza. Si minacciò il boicottaggio, mentre l’opinione pubblica scommetteva che Fellini avrebbe “bidonato” la città anche questa volta… Nel frattempo Franchini aveva convinto Arpesella a “regalare” la famosa “casina sul porto” a Federico. Io ero contrario e mi battei fino in fondo contro questo progetto dell’ultimo minuto, ma Arpesella era determinato: “Me la vedo io, non ti preoccupare… I soldi li trovo io, so come fare con il Comune, io non intendo apparire, dev’essere il regalo di tutta la città…”. Franchini gongolava perché avrebbe firmato il progetto. L’idea di addobbare con luminarie il Grand Hotel in modo che, a luci spente e le finestre oscurate con delle sagome, sembrasse il Rex, fu reso possibile grazie all’entusiasmo dei proprietari di Amplilux, una ditta di Misano. Poi ci inventammo i primi laser che dovevano sparare un gigantesco “Grazie Federico” sul fianco del grattacielo: per convincere gli inquilini a tener chiuse le persiane impiegammo due settimane. Un lavoro entusiasmante.
E finalmente venne il gran giorno. La RAI aveva deciso il collegamento straordinario con Domenica In, Pippo Baudo in studio e il compianto Nando Martellini in trasferta riminese. L’apparizione del Rex fu salutata da un’ovazione. Federico, che aveva risposto a dozzine di domande nel corso della conferenza stampa, era visibilmente turbato… “Una città che ti regala una casa… beh valeva proprio la pena di nascere in quella città…” - aveva detto davanti alle telecamere, mentre il Sindaco Massimo Conti gli metteva in mano il progetto…
Il seguito è cronaca. La casina non fu mai consegnata a Fellini e io conservo gelosamente la lettera con cui lui “consolava” me dell’amarezza e delle polemiche che puntualmente fiorirono. Marco Arpesella, qualche anno più tardi, si sparò un colpo alla tempia nello stesso ufficio dove nacque quello che fu definito il “Fellini’s Day”. Federico, Cristaldi, Martellini, se ne sono andati, non ci sono più.
Restano i riminesi. A loro, soprattutto ai più giovani, ai nostri figli, è dedicato il libro che ricorda anche questa avventura, “La mia Rimini”. Ma avremmo forse dovuto intitolarlo “La nostra Rimini”, una città che deve molto a Fellini e che – speriamo – saprà restituirgli molto di più di quella casina che non si è potuto godere, molto di più di quel piccolo “Museo” che sta per essere inaugurato nella sua casa natale; e che saprà collocare il monumento che gli ha dedicato Arnaldo Pomodoro in un luogo non di morte, come ora, al Cimitero, ma di vita: sulla cima della nuova Darsena, o nella sala d’aspetto dell’Aeroporto che non a caso porta il nome di “Federico Fellini”. Una città di cui si deve poter dire: valeva proprio la pena di nascerci, in quella città….