Uno straordinario libro postumo di Dario Zanelli raccoglie le interviste e materiali inediti sul “mondo di Fellini”
Edizioni ERI, pp 158, L.23.000
Fa una certa impressione ricevere un libro fresco di stampa firmato da un autore scomparso un anno fa e introdotto da un personaggio a sua volta scomparso otto anni prima. L’autore era un amico carissimo, Dario Zanelli, e chi lo introduce Nel mondo di Federico – questo il titolo dell’opera pubblicata dalle Edizioni della Rai, nella collana “Testimoni” – è Fellini stesso con un breve, denso, affettuoso testo peraltro già noto.
Confesso che avrei preferito vederlo intitolato semplicemente “Zanelli intervista Fellini”, perché Zanelli, critico cinematografico peraltro acutissimo, aveva nei confronti del grande regista riminese una venerazione, una dedizione, una delicatezza, una intelligenza che lo accreditano fisiologicamente come quella figura simbolica e ambivalente, amata-odiata, dell’intervistatore per eccellenza – che Fellini proietta inevitabilmente sempre in chi lo interroga .
“Il rituale dell’intervista ha qualcosa di alienante. Io penso che le interviste non si dovrebbero proprio fare”, sibila infatti il Maestro con la sua famosa vocina in falsetto; ma venti righe più avanti aggiunge: “le interviste sono state e sempre saranno per me molto utili…”.
Per paradossale che sia, la contraddizione è solo apparente . L’intervista è infatti lo strumento “sgradevole” con cui l’intervistatore obbliga per così dire l’intervistato-Fellini a guardare in faccia quello che lui chiama non a caso “il mummione” ancora da sfasciare, cioè il film ancora non concluso. E con l’acume psicanalitico che ormai gli viene riconosciuto anche dai più celebrati scienziati della psiche – com’è recentemente accaduto nel corso del Convegno internazionale su Creatività e inconscio – Fellini annota: “ cosa potrà mai dire (l’intervistato) di attendibile, di ragionevole, di credibile, appunto, su qualcosa che si presenta nella solita maniera nebbiosa, allusiva, scontornata, indefinita, sulla quale potrà fare un po’ di chiarezza solo una volta che abbia percorso questo itinerario oscuro…”. Ma anche dopo, “al termine dell’itinerario creativo, le intenzioni iniziali egli se le è dimenticate”. Stupendo.
Ed ecco allora che il segugio-Zanelli inizia naso a terra, orecchie basse, ad annusare le tracce; si addentra nel labirinto, del mondo felliniano, affascinato e timoroso, blandisce il Maestro mentre lo spia con occhio amoroso, registra ogni sua parola, mescola i reperti con le sue annotazioni, archivia puntigliosamente a futura memoria. E qui il libro diventa davvero qualcosa di più di una serie di interviste, diventa un thriller di grande spessore, non raccontabile per non svelare l’assassino. Basterebbero le pagine intitolate “Intervista sull’apocalisse”, una sorta di dialogo sulla politica svolto sul volo Roma-Rimini nel luglio del ’78, dove Fellini mostra davvero i denti alla “febbricitante estraneità dei politici” , vera premessa a “Prova d’orchestra”. O quelle dedicate allo “zio orientale”, come Fellini chiama il grande Akira Kurosawa, “straordinario burattinaio”.
Una sola cosa può e deve ancora annotare il recensore: che pagine così belle e piene di dettagli sconosciuti della vicenda creativa felliniana meritava qualcosa di più della frettolosa e pigra paginetta di prefazione firmata da Enzo Biagi, che pure si piccava di essere amico sia di Fellini che di Zanelli. Pagine così belle non avevano certo bisogno di una siffatta marchetta di fabbrica per indurre il lettore all’acquisto.