Anch’io, come Berlusconi ai tempi del suo (primo?) Governo ho fatto un sogno. C’era una grande nave azzurra con cabine ovattate, nave miliardaria affittata in barba a quella buro-cretinata che è la par condicio per una campagna elettorale da Banana Republic. Il Palazzo romano ha sbarrato i portoni, come la Reggia dell’ultimo Re di Francia tremebondo di fronte al clamore dei fanatici di Saint Just. Il mitico Berlux ha intanto levato l’ancora, e nel teatrino romano il Colonnello Pappalardo viene ingaggiato per rimettere in scena un vecchio, glorioso copione di De Lorenzo.
Alla notizia che già corre di bocca in bocca, del Rex berlusconiano che farà tappa anche davanti alle nostre spiagge, mi appare Fellini il Grande. "Maestro, gli dico, sta per sbarcare a Rimini il Cavalier Lombardoni, quello degli spot, il tuo nemico giurato. Cosa possiamo fare?" "Sciocco, mi risponde Fellini, la soluzione ve l’ho già scritta, ante litteram, in Amarcord: è proprio vero che non conoscete i miei film! I riminesi, tutti i riminesi, festanti e commossi si preparino ad andare incontro al mitico "Berlux" sui loro mosconi, pedalò o pattìni che dir si voglia. Sono tutti miei personaggi, dal burbero preside Zavatta, vestito di lino bianco col panama in mano, alla Gradisca Franca smac smac; da Scuréza fino al candidato cieco con gli occhialini neri (Giannetto Bracconi), cui metterete per l’occasione una maglietta a strisce e una fisarmonica in mano. Un po’ di sana e feroce auto-ironia, che diamine, nel desolante panorama di questa vostra squinternata campagna elettorale. Suonino pure le loro trombonate ché voi inforcherete i vostri pedalò (e i parroci, se hanno un po’ di coraggio, suoneranno le loro campane...)! Berlusca si fa la sua crociera pacchianamente miliardaria? I riminesi si facciano la loro rematina dal Grand Hotel fino al porto. Forza Rimini!".
Remata di grande festa popolare, dunque, con una speranza assai meno politicamente naif di quanto il Maestro vuol farmi apparire: come in Amarcord, l’apparizione del Berlux è questione di un attimo, un mito possente e un po’ lugubre che appare mugghiando ma subito scompare nella nebbia della politica-spettacolo. Restano invece i riminesi sui loro pattìni, con tutti i loro difetti, con tutte le loro miserie, con tutti i loro vizietti e i loro albergucci: ma esseri umani che credono nelle cose poche che contano, la loro famiglia, i loro affetti, la loro casa. Ma anche la loro poltrona, la loro Presidenza, il loro seggio in Consiglio comunale, il loro posto in Consiglio d’Amministrazione. Povera gente, brava gente.
Di colpo mi ricordo come è finita la pernacchia con gestaccio a braccio piegato di Alberto Sordi rivolto ai "lavoratori" (che siamo noi...). Il sogno si fa confuso.
Ed ecco, vedo la spiaggia gremita. I mosconari, che hanno intuito l’affare, hanno riverniciato di fresco i loro mosconi che esattamente come il Berlusca bisogna pagarsi da soli, mettendo mano alla tasca, visto che nessun partito tirerà fuori il becco d’un quattrino per fare una cosa così politicamente scorretta. Non sono mica i fuochi d’artificio di fine anno...
Ci sono bambini vocianti, ragazzotti con le loro morosine, è tutto uno sventolio di bandierine fatte con vecchie mutande e con le canottiere da muratore. Maestre e suorine aiutano i bambini a disegnarci sopra col pennarello querce, cespugli vari della macchia politichese, ochette, rondini al tetto, camaleonti, serpenti a sonagli; Nedo Pivi ci disegna sopra un ulivo senza olive, Morotti una chiesina col campanile e sopra la falce e martello, Lazzarini cerca di azzannargli una caviglia mentre Ariano Mantuano si affanna a disegnare a colori pastello una luna nel pozzo. "Posso portare un asino vivo ? chiede Ermanno Vichi al Maestro. "Certo, caro, portalo pure in Giunta, a Bologna", gli risponde Fellini con sorriso bonario, "persino
quache gallina non guasterebbe: è questa la sola risposta di sana creatività famigliare alla invadente corazzata Potomkin della politica degli affari; tutto meno i capponi".
Di lontano appare con i riccioli al vento e le sopracciglia vibranti Gianfranco Angelucci in groppa a Filippini. Festanti lo attorniano migliaia di donnine succinte, sventolanti la bandiera della mai fondata Fondazione, con le ex amanti di Federico in testa, da Sandrocchia in giù. Sa di essere l’ospite d’onore di tanta kermesse. Ma appena vede Tonino Guerra si getta in ginocchio per baciargli la pantofola.
Poi, all’improvviso, la spiaggia è deserta. Dal Publiphono una voce gracchiante con spiccato accento sardo dice: " Non importa se siete in pochi, meglio pochi che male accompagnati: parola di Arturo Parisi. Per un attimo ho temuto che fosse Cossiga.
Mi sono svegliato di colpo, sudato e ansimante. Era solo un incubo: neanche Berlusca è riuscito a compiere il miracolo di unire le forze della coalizione di Centro---sinistra (mi raccomando al proto: tre trattini...). Peccato, perché io credo ai miracoli. Del resto non è Padre Pio.
La realtà, per fortuna è più tranquilla, prevedibile and politically correct. Oggi c’è Veltroni in piazza, Il 7 il sindaco Ravaioli manderà un invito personale al Cavaliere azzurro appena sbarcato, come il suo collega sindaco diessino di La Spezia, invitandolo a fare un giro fra le Grandi Opere riminesi a cominciare dalla Darsena: il Teatro Galli, la Domus Romana, l’Anfiteatro e i Marciapiedi. L’8 arriva Dardagnan-D’Alelma. E il 9, forse, il buon Arturo.
Regole mosaiche dominano la Legge della politica: cane non mangia cane, ciascuno nel suo orticello, visibilità vo’ cercando, che sì cara... E il 16, tutti in campagna se fa bello ?
Eppure, un tarlo mi rode. E se fosse un sogno premonitore? I care.