Forse qualcuno fra i lettori ricorderà tre importanti eventi teatrali che avemmo la fortuna di poter organizzare, con mia moglie Maria, nei primi anni ’80: il gruppo giapponese dei Sankai Juku, in piazza Cavour, quei corpi bianchi seminudi che venivano calati per i piedi dalle merlature dell’Arengo, appesi a simbolici cordoni ombelicali; la stupefacente “Medea” giapponese nel piazzale soprelevato a destra di Castel Sismondo (mai più recuperato a spazio teatrale, da allora); e qualche anno più tardi, precisamente nel 1985, nella piazzetta antistante il Santuario delle Grazie, il vecchio Maestro Kazuo Ohno, allora già settantanovenne, padre riconosciuto - assieme a Tatsumi Hijikata – di quella particolare forma espressiva della danza contemporanea giapponese chiamata Butoh.
Chi ebbe il privilegio di assistere all’ultima di quelle straordinare performance, ricorderà anche che il vecchio Ohno, inaspettatamente rivelatosi di formazione cristiana essendo cresciuto in una missione protestante di Okkaido – chiese di poter improvvisare , all’interno del Santuario, una sua strana “preghiera per Giuda”, non volendo il vecchio danzatore rassegnarsi all’idea che il traditore di Gesù fosse inesorabilmente condannato. Eccolo allora, vestito del solo perizoma, il corpo grinzoso e ossuto verniciato di biacca, agitare con le mani levate quel rosso fiore di carta sotto il naso di Gesù in croce, implorandolo di salvare colui che “aveva dovuto” compiere il gesto più odioso del disegno salvifico…
Confesso di aver sudato freddo, temendo che qualcuno potesse giudicare blasfema quella strana danza nel Santuario. Invece, una commozione profonda aveva catturato tutti i presenti che erano rimasti in assoluto, religioso silenzio.
E’ quello stesso silenzio che ho ritrovato, la settimana scorsa, nel pubblico di un modernissimo Teatro di Tokyo, dove incredibilmente il vecchio Maestro festeggiava i suoi 95 anni con ben due performances. Ormai quasi paralizzato alle gambe, la sua era quasi una ostensione. Sorretto per i fianchi dal figlio Yoshito inginocchiato dietro di lui, Kazuo Ohno continuava ad esprimere la sua preghiera danzata, gli occhi chiusi, come se tutta la vita fosse ormai concentrata nelle sue mani davvero parlanti . Certamente un addio.
Due giorni più tardi, sabato 27 ottobre, nella sua casa sulle colline di Yokohama, avremmo poi perfezionato – assieme alla Prof. Casini-Ropa e al Prof. Giovanni Azzaroni, del DAMS di Bologna – la ragione del nostro viaggio in tale straordinaria circostanza: quello di installare nell’ambito del Dipartimento di Musica e Spettacolo un Archivio documentale dedicato al Maestro, con filmati, fotografie, libri, manifesti, recensioni, scritti e saggi a lui dedicati. Un bellissimo progetto nato dalla geniale intuizione di Paolo Fabbri nell’ambito delle iniziative per il festeggiamento dei primi vent’anni del DAMS, al pari del maxi divano rosso in Piazza San Petronio.
Ma quest’ultimo viaggio a Tokyo doveva riservarmi anche un’altra inaspettata sorpresa, questa volta all’insegna di Federico Fellini: l’incontro con Jusaburo Tsujimura, il mitico creatore di bambole animate che animò una breve ma intensa stagione di spettacoli in Italia e in Francia e che all’epoca disegnò per noi il fantastico costume di Medea il cui ruolo era interpretato – secondo la tradizione kabuki – dal mitico Hira, il più famoso attore giapponese vivente.
Federico Fellini aveva voluto incontrare Jusaburo in occasione di una sua performance al teatro romano di Fiesole, nell’estate del 1983? Facendomi giurare segretezza assoluta, nessun giornalista fra i piedi, mi raccomando. Conservo gelosamente il ricordo di quella giornata documentata solo da poche immagini fotografiche.
Oggi Jusaburo ha un suo Museo privato, visitato da centinaia di persone al giorno. Qui abbiamo passato alcune ore a ricordare Fellini, mentre a un’ora di metropolitana da noi, nel quartiere di Ebisu, si svolgeva una piccola retrospettiva a lui dedicata con tre film degli anni ’50, I Vitelloni, Le notti di Cabiria e la Dolce Vita; e mentre qui a Rimini si preparava il Convegno internazionale dedicato a Creatività e Inconscio.
Insieme abbiamo ricordato alcune fantasie di quella lontana giornata fiorentina: l’idea di una Divina Commedia in tre episodi, a Federico l’Inferno, il Purgatorio a Bergman e il Paradiso a Kurosawa, con i Kimono disegnati da Jusaburo. Io provocavo Federico a fare finalmente del teatro, lui mi spiegava che era terrorizzato dall’idea che ogni rappresentazione potesse essere ogni volta unica e irrepetibile sia per gli attori che per il pubblico di quella sera; e che d’altra parte la cosa più dolorosa per lui era decidersi a mettere definitivamente la parola fine alla fase di montaggio, dopo di chè il film non sarebbe più stato suo.
Potrà forse sembrare pazzesco a qualcuno, ma l’idea di una Divina commedia “giapponese”, come performance teatrale, potrebbe davvero essere realizzata l’anno prossimo, anche se per ora è solo un progetto allo stato embrionale, coperto dal più rigoroso riserbo. E chissà che ai produttori giapponesi non venga in mente di utilizzare proprio i disegni e più in generale l’iconografia di Fellini e di Kurosawa come ispiratori di certe atmosfere teatrali…