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Venerdì 30 Luglio Estate 2010
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Autore: Mario Guaraldi
Titolo: Il futuro virtuoso (non solo virtuale) del sistema editoriale europeo
Sottotitolo: Rischi e vantaggi di una rivoluzione in atto
Testo:

Relazione di Mario Guaraldi
al "Laboratory of future communication"
Sessione IV "Nuovi prodotti e servizi nel campo dell’editoria elettronica"
Council of Europe/ DBI/IBA
Berlino 26/27 Ottobre 1998

Sono anni che mi ritrovo a gridare, come il bambino della favola di Andersen, che il re è nudo .
Il sistema editoriale e distributivo italiano è in effetti caratterizzato dal rifiuto di "vedere" quella serie di clamorose illogicità e di sprechi su cui reggono in precario equilibrio gli interessi in gioco degli operatori del nostro settore.
Non credo, in realtà, che sia questo il luogo né il momento per discutere delle patologie originarie del sistema, almeno così come si configurano nel mio Paese. Ma qualche paletto, tanto per capire la portata della rivoluzione digitale in atto, bisognerà metterlo, senza temere di andare fuori tema. Perdonatemi dunque fin da ora se approfitterò un poco di questo autorevole laboratorio europeo per parlare, come si dice in Italia, a suocera perché nuora comprenda.
E comunque, al di là dell’evidenza che il re sia davvero nudo, e persino al di là della diagnosi del perché lo sia (ciò che è controverso), gli effetti di questo stato di cose sono limpidamente sotto gli occhi di tutti.
Si chiamano: riduzione della vita media del libro a non più di 3/4 mesi , invasività di un mass-market di bassa lega ( che sfocia in una vera e propria "bulimia" di prodotti di massa appiattiti sulle mode); rarefazione dei librai "indipendenti" e nascita di catene oligopolistiche di librerie ; analisi della velocità di rotazione come vangelo nella valutazione dei titoli da "espellere dal mercato"; marginalità delle esigenze espresse dal mondo universitario e di ricerca; sbarramento degli spazi concessi agli autori esordienti di talento, ecc.
Le conseguenze, in termini culturali (ma persino etici e morali), di questa serie di apparenti "questioni tecniche", sono la morte annunciata dell’editoria di cultura e una omologazione culturale senza precedenti nella storia recente del nostro Paese.
Tanto più grave, il processo di omologazione culturale, quanto più in contrasto con le esigenze oggettive di una propositività culturale diversificata, imposta da una società ormai decisamente multiculturale e multietnica basata sul sapere.
L’unificazione europea ha un bisogno vitale di forti identità nazionali (basti pensare alla letteratura) e di diversificazione delle propensioni culturali: intese entrambe come ricchezza e come risorsa di un territorio, non come ostacolo.
Sono i fenomeni di omologazione a costituire piuttosto una minaccia di entropia, di disgregazione del processo unitario dell’Europa.
Penso con un certo sgomento, mentre sfoglio certe mie "antiche" edizioni ancora composte a mano, e ne ammiro le sbavature dell’inchiostrazione o la pressione diseguale di certe lettere sulla carta ingiallita ai bordi, alla quantità di trasformazioni della tecnica editoriale cui ho assistito nella mia pur non lunghissima vita.
Rivedo come fosse ieri i pacchi di piombo legati con lo spago, accatastati in attesa di una (sperata) ristampa nel corridoio che portava al mio ufficio. Quel cristallino rumore metallico, assordante ma non sgradevole, in Linotipia, dei caratteri che correvano dai serbatoi verso la camera di fusione del piombo! Quelle righe controllate al volo ancora calde da scottarsi le dita, imparando a leggere all’incontrario come Galileo! Non era una meraviglia? E i cliché di zinco? Le quadricromie di allora erano un miracolo di bravura: la messa a registro delle lastre, di per sé un’opera d’arte.
Poi la fotocomposizione divorò le Linotype. Scomparse in pochi anni.. Una specie estinta in un fiat, come i dinosauri.
Ma anche le grandi e complicate fotocompositrici avrebbero fatto la stessa fine: divorate questa volta da un’affarino su cui nessuno avrebbe scommesso due lire, il Personal Computer, un giocattolo o poco più. Ricordo quel gennaio del 1984 (solo 14 anni fa ? miodio...) quando mi portarono in ufficio il primo Macintosh: che roba era quel topolino che faceva disegnare sullo schermo?
Da allora a oggi , un nonnulla: eppure sono bastati non più di 5 o 6 anni per far sembrare pura archeologia il 286 PC con cui accesi la mia prima contabilità informatizzata. L’avevo lasciata in forma di schede perforate...
Oggi il destino mi riserva la sorpresa di essere uno dei primi editori italiani a cavalcare la cosiddetta "rivoluzione digitale"!
Che diavoleria é mai questa che pretenderebbe, facendo libri virtuali, pubblicando on-line, stampando on demand anche solo poche copie, di immaginare un "modo diverso" di produrre e soprattutto di distribuire i vecchi, cari, irrinunciabili libri di carta?
Tutti voi che mi ascoltate sapete benissimo su quali fondamenti si basa questa possibile rivoluzione. Sono essenzialmente tre:

  • la possibilità di promuovere, prenotare, consultare e acquistare le novità librarie via Internet;
  • la inedita economicità – grazie alle nuove macchine da stampa digitali – delle piccole tirature a misura del prenotato, soprattutto per le ristampe, le pubblicazioni scientifiche, le ex-dispense universitarie;
  • la verificata esistenza di ampie nicchie potenziali di edizioni on demand, anche per l’editoria scolastica.

Che tutto questo possa essere vissuto come "minaccia" per gli interessi in gioco (soprattutto di intere categorie messe a rischio di estinzione come ad esempio i promotori di libreria o i propagandisti di scolastica) é facilmente comprensibile.
Parimenti comprensibile é la prudenza dei grandi produttori di hardware e software riguardo al rischio di una repentina scomparsa dei clienti fotolitisti e incisori, così come in un passato non troppo lontano si è assistito alla scomparsa delle Linotype e del piombo.
Ma le potenzialità di razionalizzazione produttiva e soprattutto distributiva del libro basate sulle nuove tecnologie digitali in abbinamento con il web (permettetemi di sottolineare questo aspetto: non é tanto la rivoluzione digitale in sé ad avere effetti dirompenti, quanto il suo potenziale abbinamento con le caratteristiche del nuovo medium Internet) non rappresentano affatto una minaccia , sono caso mai una sfida che occorre raccogliere e vincere nell’interesse di tutti. Anche se ciò comporta, da parte dei grandi gruppi italiani, una non semplice fase di transizione rispetto agli interessi – soprattutto finanziari – dello status-quo legati soprattutto a quella mole ingente di "finto" fatturato che aleggia sui punti vendita come una gigantesca riserva di credito occulto in attesa della parziale restituzione in forma di resa. E d’altra parte, obiettano editori e librai, solo una presenza massiccia di copie in libreria rende possibile quella "vendita d’impulso" che garantisce i grandi numeri del venduto : giocoforza il libraio deve poter rendere l’invenduto! Tutto vero, al punto che si potrebbe tentare una definizione conclusiva:
proprio la politica di occupazione degli spazi disponibili sui banchi delle librerie da parte della produzione di massa scalza inevitabilmente la produzione di ricerca e di cultura a limitata diffusione e implica livelli di spreco produttivo che superano abbondantemente il 50% della tiratura iniziale.
Cominciamo col dire, allora, che le potenzialità legate alla rivoluzione tecnologica digitale e a Internet invertono clamorosamente la tendenza omologante e favoriscono non solo una inedita capacità di documentazione, di ricerca e di confronto fra culture diverse senza precedenti nella storia; ma anche la visibilità e la legittimità di "nicchie" fino a ieri non comunicabili, e comunque aggregate da interessi spontanei molto articolati .
Non sembri blasfemo il paragone di Internet con la Pentecoste degli Apostoli: " "Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? E com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamiti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, stranieri di Roma, Ebrei e proseliti, Cretesi e Arabi e li udiamo annunziare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio". Tutti erano stupiti e perplessi, chiedendosi l’un l’altro: "Che significa questo?". Altri invece li deridevano e dicevano: "Si sono ubriacati di mosto"".
Certo, può sembrare una ubriacatura questa di Internet, ma tutti noi sappiamo bene che non lo é . Nessuno può dire di sapere cosa ci riserverà un futuro sempre più valutato in termini di mesi più che di anni: ma possiamo diagnosticare con certezza che l’assetto attuale sarà spazzato via, e che dunque "vale la pena" sperimentare tutte le possibili alternative: vinca la migliore.
Dicevamo, razionalizzazione produttiva: "produrre libri senza sprechi e senza costi di magazzino", come recitano gli slogan dei produttori di hardware!
E’ vero che, oggi, il libro di ricerca a bassa o minima tiratura ridiventa possibile in termini economici, una salvezza per i piccoli editori. E, nient’affatto teoricamente, ogni insegnante potrebbe – nel quadro della propria "autonomia didattica" – realizzare e stampare il proprio libro di testo!
Ma io sono personalmente certo che anche i grandi complessi editoriali e il sistema delle librerie avrebbero in realtà tutto da guadagnare da questa potenziale "rivoluzione".
"Promuovere, prenotare, consultare e acquistare" in rete non significa mettere in discussione il sistema delle librerie o peggio ancora attentare all’esistenza stessa di questo segmento di mercato. Significa caso mai re-inventare un modo di essere proprio della libreria e della sua organizzazione interna, in rapporto alle logiche "altre" dei grandi magazzini, dei chioschi di giornali, del sistema bibliotecario.
Citerò a puro titolo di esempio – anche perché lo stiamo già sperimentando in collaborazione con uno dei grandi gruppi editoriali italiani, la Rizzoli – il recupero potenziale delle mancate vendite di molte migliaia di titoli importanti, non più disponibili sul mercato perché esauriti o messi fuori catalogo. Un semplice computer collegato a Internet, messo a disposizione della clientela, nelle librerie, può consentire ai lettori di ordinare, on demand, con stampa digitale (anche personalizzata col nome del cliente e/o della libreria!) i titoli non più disponibili. Ciò significa letteralmente "risuscitare" un fatturato potenziale valutabile in molti miliardi all’anno, considerando le code di possibile vendita sia delle novità che del catalogo, cui oggi l’industria editoriale rinuncia in relazione al velocissimo turnover delle novità e alla pratica della macerazione a fine anno dell’invenduto, sia per ragioni di spazio fisico che, in Italia, di ordine fiscale.
Lo stesso "mass-market"– nemico giurato, come abbiamo visto, della produzione "culturale" –, si troverebbe paradossalmente avvantaggiato dalla "compressione" dell’intera produzione colta e di nicchia dentro i 50 centimetri di un computer messo a disposizione del pubblico, in tutte le librerie e in tutte le biblioteche, per ordini digitali "on demand" evadibili nello stesso lasso di tempo oggi richiesto per l’approvvigionamento fisico dal magazzino periferico o centrale del distributore.
E sempre per stare sulle esigenze del mass-market, l’economicità della stampa digitale come "pre-print" di sondaggio e prenotazione , prima dell’investimento in centinaia di migliaia di copie, significa ripensare in modo molto concreto al martketing editoriale oggi arroccato su banali confronti statistici con le vendite pregresse di prodotti analoghi .
Così come estremamente avvantaggiato da una informazione permanente e interattiva on line su Internet risulterebbe il rapporto, che considero fondamentale, con il sistema bibliotecario e con il mondo universitario nel suo complesso per l’approvvigionamento delle novità e l’adozione in tempo reale.
Oggi, in Italia, le Biblioteche si riforniscono, senza alcuna regola, indifferentemente dal libraio "sotto caso"’, dai grossisti o direttamente dagli editori, secondo una logica di "autonomia" che nasconde solamente piccoli traffici di sconti e di interessi corporativi.
Il bibliotecario stesso si configurerebbe come potenziale "editore" dei reprint di testi rari e/o fuori diritti conservati presso la propria Biblioteca.
Più delicato, ovviamente, é il problema dei grandi gruppi distributivi : eppure, anche in questo caso non é difficile pensare che potrebbero diventare protagonisti reali di un nuovo modo di concepire la diffusione del libro trasformandosi in grandi agenzie interattive se non addirittura in terminali di stampa digitale in collegamento permanente con le case editrici. Di fatto costa certamente meno l’acquisto e la gestione di una sofisticata macchina digitale per la stampa da remoto degli ordini che non la costruzione e la gestione di molte migliaia di metri quadri di magazzino!
E se tutto questo può apparire vagamente "futurista" – anche nel senso "marinettiano", non solo di "futuribile" –, non lo è affatto la serie dirompente di effetti che sta provocando la riduzione consistente dei costi per le piccole tirature e la competitività legata alla nuova dimensione europea del mercato librario, fra non molto basato anche fisicamente sull’euro, la moneta unica europea.
La sempre crescente propensione agli acquisti on-line, pone problemi comuni a tutti i paesi membri: già oggi le legislazioni sul diritto d’autore appaiono decisamente obsolete, e la necessità di una riforma a base europea, unificante i sistemi editoriali di tutti i paesi della Comunità, è ormai reclamata dai fatti. La ricerca e la sperimentazione in questa prospettiva sono davvero una necessità urgente.
Facciamo dunque tutti un grande sforzo di fantasia per ridisegnare il volto dell’editoria europea di domani. Virtuosa e virtuale. La fantasia al potere, questa volta on-line, non é davvero un’utopia.

Data: Lunedì 26 Ottobre 1998
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