“Il grande libro dell’identità riminese”, questa la fascetta , o se preferite lo “strilllo” che accompagnerà in libreria l’elegante volume blu di grande formato, trecentottantaquattro pagine dense di centinaia di immagini “pertinenti” – come ama definirle l’editore, in contrapposizione a quelle “belle ma inutili” di quasi tutti i coffee table books - , due chili e mezzo di “contenuti” da sguazzarci e divertirsi e istruirsi per mesi, non fosse che per ammortizzare i 90 euro di costo…
“Nessun riminese potrà dire di non riconoscersi in queste pagine” , recita ancora la fascetta editoriale, “nessun ospite potrà dire di conoscere realmente Rimini senza averle lette”: già, perché la peculiarità di questo libro è anche quella di essere in larga parte “trilingue”, italiano, francese e inglese (anzi “quadrilingue”, se si considerano le molte pagine dedicate al “dialetto di Federico”…), proprio per non tagliare fuori dalla “Rimini di Fellini” i milioni di ospiti stranieri che ne costituiscono ormai, in larga misura, l’identità del dopoguerra che lo stesso Fellini descrive con una specie di infatuato stupore nel suo straordinario pezzo d’esordio, riproposto senza cambiare una virgola (anzi no, solo una data) dal testo del ’76, che oggi sappiamo scritto “a quattro mani” con Renzi .
Quello che è certo è che questa, come chiamarla, “riedizione”, questo “restyling” del celeberrimo volume curato da Renzo Renzi per la Cappelli nel 1967, assomiglia al libro originario cui si ispira quanto la rossa di Maranello alla Isotta Fraschini: due libri “diversi”, due diversi “capolavori” per dirla con Sergio Zavoli che ne firma sia la prefazione che una lunghissima postfazione, quasi una convalida di notarile poesia sulla qualità del lavoro svolto.
Guaraldi, com’è nata l’idea di questa nuova edizione de “LA MIA RIMINI di Fellini”?
Onore al merito, è stata un’idea dell’Assessore Pivato, esattamente un anno fa, come ho dichiarato onestamente nei ringraziamenti del colophon. Mi sembrava complicato, in fin dei conti l’editore era Cappelli e il curatore “storico”, Renzo Renzi, tuttora vivo e lucidissimo, anche se non perfettamente sulle gambe. Ma avevo, per cosi’ dire, un conto aperto con Federico, così mi sono messo in caccia e mi sono bastate due gite a Bologna per capire che la cosa era non solo fattibile, ma addirittura entusiasmante, stante la disponibilità senza riserve di Renzi che mi ha subito affidato i 120 disegni di Federico della sua collezione privata e tutto il suo carteggio inedito; e la scoperta che Cappelli non avanzava diritti. Da allora è stata una full immersion di 15 ore al giorno, sorretta dall’entusiasmo di tutto il nostro Consiglio di amministrazione, a partire dal Presidente Angelo Marconi.
Non vorrei essere indiscreta, ma che conto aperto avevi con Fellini?
C’è un tempo per tacere e un tempo per parlare. Dalla morte di Federico mi ero ripromesso di dedicargli una larga parte del mio lavoro editoriale, e credo di aver mantenuto la mia promessa. Ho sostenuto per anni che Fellini aveva fatto molto per Rimini, e Rimini poco (e spesso male) per Fellini. Di qui tante polemiche, anche nel recente passato, su come si fosse impoverito o non si riusciscce a cogliere fino in fondo il potenziale di un binomio – Rimini/Fellini – di portata enorme per lo sviluppo della nostra città; polemiche che mi hanno fatto stare male (chi vuole può rileggerle sul nostro sito www.guaraldi.it). Oggi, finalmente, mi pare di intravedere un’aria nuova, positiva, anche se il lavoro ancora da fare è tantissimo: i giovani non conoscono affatto Fellini. E continuo a stupirmi che le scuole riminesi non organizzino per i loro studenti cicli di proiezione di tutti i suoi film con tutto ciò che ne può conseguire.
L’edizione Cappelli si intitolava “La mia Rimini di Federico Fellini”, questa che esce ora si intitola “Federico Fellini, La mia Rimini”…
Brava, non è un dettaglio di poco conto. L’edizione di Renzi si basava su di una calcolata e intelligente ambiguità di fondo, lo dichiara lui stesso nell’intervista che gli ho fatto, per giustificare un progetto editoriale che aveva per “oggetto” le città importanti dell’Emilia Romagna. Fellini, all’epoca, era in qualche modo il cittadino più illustre della nostra città, e veniva preso in qualche modo a “pretesto” per parlare di Rimini. Oggi, invece, Fellini non è più un pretesto, è la “bussola” che ci ha guidato nel tentativo di descrivere appunto l’identità culturale della nostra città. Che è cosa radicalmente diversa dalla pretesa “riminesità” di cui molto si è fantasticato. Come ha scritto Umberto Eco nel 1983 a proposito del libro che curai per il lancio di “E la nave va”, Fellini della memoria , il titolo era ambiguo ma esatto, perché celebrava al tempo stesso il Fellini che ricorda e il ricordo di Fellini . Noi oggi celebriamo non solo un grande regista nel decennale della sua scomparsa, ma anche tutta la cultura in senso lato (la tradizione, la storia, la fantasia, la genialità, la trasgressività, la curiosità..) di cui si è nutrito e che più di chiunque altro ha saputo “mostrarci”, non “di-mostrarci”, nei suoi film… Con questo libro io e Loris Pellegrini, che ha curato con me il volume fin dagli inizi, abbiamo tentato di fare una cosa analoga: mostrare ai riminesi le mille barbe delle loro radici, consce o inconsce, non dimostrare la loro presunta riminesità più o meno “felliniana”. In questo “viaggio” che riserverà al lettore, ne sono certo, molte sorprese, Federico è stato la nostra “guida”. Ormai, raccontare o immaginare Rimini senza Fellini è impossibile. Come pretendere di andare all’inferno senza Virgilio, e in Paradiso senza …Benigni , no, volevo dire Beatrice… E per fare questo bisognava togliere Federico dal limbo di un aggettivo ridotto a gigantesco luogo comune, farlo ridiventare non un “riminese doc”, ma quello straordinario raccontatore di sogni e di archetipi (toh, ecco che salta fuori Jung…) che si svela nella intervista, guarda caso collettiva, rilasciata il 25 settembre del 1983, guarda caso sulla terrazza del Grand Hotel.
Anche il vostro libro assomiglia un po’ a un film, a giudicare dagli “Zoom”che accompagnano i vari capitoli. Ce ne racconti brevemente la trama?
Si, il libro assomiglia a un film, a partire dalla soluzione grafica, strisciate di immagini che accompagnano i testi, fotogrammi che fissano un’idea, un concetto, un avvenimento. Tutti i testi sono accompagnati da “ipertesti”, finestre di approfondimenti fulminanti, fonti, controcanti: ogni pagina può così essere letta e goduta autonomamente, senza richiedere necessariamente una lettura “lineare”, impossibile per un libro di queste dimensioni. La trama del libro si snoda attraverso 3 capitoli principali,con i relativi “zoom” di approfondimento, e si conclude con la lunga Postfazione di Zavoli intitolata non a caso “Questa Rimini che non finisce più…”, un inizio, non una fine (Fellini non metteva mai la parola “fine” ai suoi film…). La prima parte è dedicata a “Rimini e Fellini / Fellini a Rimini”, una resa dei conti, la Rimini della memoria e la realtà del suo rapporto con la città, culminato nel cosiddetto Fellini’s Day. La seconda parte si intitola “Una storia lunga” (bada, non “Una lunga storia”, proprio nel senso di una borsa che non finisce mai!) e ha due gambe: quella esilarante di Liliano Faenza che racconta la storia di Rimini dai romani al dopoguerra; e quella di Piergiorgio Pasini, “Impara l’Arte…” (una carrellata storica fra i tesori dell’arte riminese), che i riminesi dovrebbero ovviamente “mettere da parte”. Questa seconda parte ha due zoom: uno dedicato da Loris Pellegrini al “Delitto d’onore” per eccellenza (il mito letterario di Paolo e Francesca), e l’altro, da sbellicarsi dal ridere, di Lello Milantoni, “Dal castrato ai vitelloni”, una carrellata sul terzo sesso e le voci bianche del teatro riminese del seicento. La terza parte si intitola “Immaginare Rimini” : dal dopoguerra a oggi, una vera e propria “Botta d’orgoglio” come titola il testo guida di Silvano Cardellini, attraverso fasti e nefasti di una città che nel bene o nel male è stata protagonista di quasi tutte le frontiere : e qui gli “ipertesti” si sprecano, da don Benzi a Dasi, dal Ceis alla Darsena e alla Fiera… Gli zoom di approfondimento, dal canto loro, danno conto di tutta (speriamo: chiedo scusa fin d’ora delle inevitabili omissioni) la “creatività” che ha caratterizzato Rimini negli ultimi cinquant’anni…
A chi hai dedicato questo libro?
“Alla città di Rimini” che odio e amo, come sempre i grandi amori. Ma avrei voluto scrivere anche : “A Renzo Renzi, a tutti i riminesi che se ne sono andati da Rimini, ai miei figli, ai miei genitori, a Maddalena Fellini, mia “sorellona”, mia autrice, “casalinga straripata” nella sofferenza…”