“Condominio” B, settore Ovest: non è uno scherzo, lo chiamano proprio così, anche per i morti ci sono i quartieri alti e i casermoni popolari. Il “condominio” che cerco è il primo a sinistra rispetto all’ingresso dove troneggia il monumento funebre di Arnaldo Pomodoro dedicato ai Fellini. Qui, alla colonna 86 del penultimo piano, terzo loculo dall’alto è l’appartamento di ringhiera dove riposa ormai da 13 anni Marco Arpesella, uno degli uomini più potenti di Rimini, certamente uno dei suoi protagonisti più intelligenti, l’inventore di Promozione Alberghiera, il costruttore di Pianeta Maratea in Basilicata e del mega Parking del Tronchetto a Venezia, il padrone del Grand Hotel, l’uomo che finanziò di tasca sua il mitico Fellini’s Day del 25 settembre 1983 e pagò oltre il 70% della famosa “casina sul porto” prima che un tragico colpo di pistola mettesse fine alla sua esistenza. E la sua città, la città di Fellini, preferì accollarsi l’onta del famigerato “bidone” al Maestro piuttosto che il piccolo onere residuo di quel minimo debito di riconoscenza che Arpesella aveva espresso al Maestro: “Una fetta del Grand Hotel è sua di diritto”.
Inutile guardarvi attorno: non troverete ombra di quelle gloriose composizioni floreali che addobbano le suites del mitico albergo di Amarcord, dove Federico fu colpito da ictus. Il Grand Hotel non si è ricordato del suo antico padrone. E non troverete nessuna Corona dell’Amministrazione Comunale, come invece ai piedi dell’orgogliosa prua bronzea di Pomodoro, nessun mazzo di gladioli con la fascia della CMC di Ravenna, che pure gli spolpò fino all’ultimo centesimo per l’avventura di Maratea, nessuna pianta di crisantemi offerta dalla potente organizzazione turistica che lui regalò agli albergatori riminesi, neanche una margherita da parte dei molti architetti che contribuì ad arricchire.
Nello striminzito vasetto pensile, solo un bouquet polveroso di fiori di plastica, classico kitch cimiteriale delle tombe dimenticate. A fianco della sua foto – lo sguardo ironico e disperato che chi l’ha conosciuto non può avere dimenticato - una bustina di plastica con, chissà perché, una stella alpina; infilata nella fessura del marmo lo stelo di un finto rametto d’orchidea.
Nessuno lo va a trovare, Marco, perché il suo è un ricordo che pesa e che morde la coscienza. Un peso che Rimini non può e non sa sopportare.
Ma è questo il vero, il solo monumento funebre degno di questa città.