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GRAZIE, GUTENBERG. E ADDIO. UN OMAGGIO ALLE ORIGINI DELLA STAMPA ALLE SOGLIE DELL’ERA DIGITALE L’edizione facsimilare dell’incunabolo veronese del De re militari e le altre versioni digitali dello stesso capolavoro che affidiamo all’attenzione del lettore unitamente a questo volume di saggi critici che cominciano ad analizzarne storia e significato, sono qualcosa di più che non l’onore delle armi reso al primo trattato tecnico dato alle stampe nel Quattrocento e al primo libro illustrato da un artista italiano della storia editoriale del nostro Paese. Sono, a ben guardare, soprattutto – e dichiaratamente – un commiato da Gutenberg. Intendiamoci: il congedo dall’era della stampa – un’era che ha letteralmente rivoluzionato il mondo della cultura e della comunicazione per oltre mezzo millennio – non ha affatto i toni apocalittici che qualcuno fra i nostri colleghi editori mostra di temere. Non siamo gli apostoli del DVD, o i padrini dell’e-book e della lettura a monitor. Il glorioso libro di carta, il suo buon odore d’inchiostro, la qualità della sua legatura, la bellezza della sua grafica e del suo impaginato, ci accompagnerà fortunatamente per molti anni ancora. Forse. Speriamo. Del resto, se non fossimo noi i primi innamorati del bel libro, non avremmo messo tanta cura nel riprodurre non un codice ma un ‘semplice’ incunabolo uscito dai torchi di quel Johannes ex Verona oriundus, nostro lontano progenitore veronese nell’arte della stampa. È caso mai un punto d’orgoglio per un ‘vecchio editore’ degli anni ’70 e per un giovane editore del ventunesimo secolo trovarsi assieme, sull’attenti, a rendere omaggio a un antesignano della ‘nuova tecnologia’ dei caratteri mobili, che rivede la luce dopo più di cinquecento anni. Non è però irrilevante, per la nostra rispettiva ‘vocazione editoriale’, il fatto che gli ‘intellettuali’ del 1472 guardassero con sospetto e talora con dichiarato disprezzo alla ‘rozzezza’ dei caratteri a stampa e delle tavole xilografiche, rispetto alle raffinatezze calligrafiche e alle meravigliose illustrazioni dell’unica modalità di trasmissione della cultura fin lì conosciuta: quella del codex manoscritto e miniato. Non è irrilevante perchè quello stesso disprezzo assomiglia molto, troppo, a quello che vediamo disegnarsi sui volti di molti intellettuali contemporanei rispetto alle innovazioni tecnologiche che si affacciano a tratteggiare la nascita di un nuovo tipo di editoria (digitale, internettiana e multimediale) che – come nel nostro caso – può permettersi di riassumere nei pochi centimetri di un DVD ben quattro diverse edizioni, di cui una manoscritta e una in volgare, dello stesso testo cui è riservato l’onore della copia fac-similare. Gli editori firmatari di questa nota si sono trovati accomunati in questo progetto proprio da una serie di segni che difficilmente definiremmo casuali. Entrambi abbiamo pubblicato un preziosissimo codicino cinquecentesco, Les pétites prières de Renée de France, Guaraldi, nel 1991, in fac-simile ‘povero’ (una sorta di Codex pauperum), primo di una collana ambiguamente intitolata «Quando un libro era un libro», allusivo certo all’unicità dei codici (improbabile tiratura per un editore dell’era gutenberghiana), ma anche della qualità e della dignità di un vero libro. La collana, precisava la n.d.e. di allora, si collocava sul crinale di una nuova crisi culturale – analoga a quella innescata da Gutenberg –, pronta a trasformarsi in «Quando un libro sarà un libro», per esempio un iridescente dischetto di pochi centimetri capace di ospitare decine di migliaia di immagini. La profezia si sarebbe realizzata solo tredici anni più tardi, nel 2004, quando Fenucci pubblicò appunto Le Piccole Preghiere di Renata di Francia in CD-rom con una resa qualitativa delle immagini da far vergognare il vecchio fac-simile cartaceo, con in più la possibilità di ingrandire le miniature fino a 400 volte. Ancora: entrambi, all’insaputa l’uno dall’altro, eravamo sulle tracce del De re militari. E del Valturio affascinava entrambi l’immagine della nave da guerra con i soldati bardati ancora con le armature, alcuni intenti a usare la balestra, altri l’archibugio: segno evidente di un’epoca di passaggio, in cui dichiaratamente viene sottolineata la coesistenza del vecchio e del nuovo, delle ‘vecchie’ armi da taglio e della ‘moderna’ polvere da sparo. La fantasia tecnologica dell’autore dei disegni (chiunque egli fosse) ‘immaginava’ le prime bombe a mano, le prime improbabili mitragliatrici, i primi ridicoli cannoni ad angolo retto, ma non sapeva ancora ‘scollegarli’ dalla dimensione fantastica dei draghi sputafuoco di origine medioevale. Ma è una tecnologia fantastica così esteticamente eccitante da convincere il Duca di Urbino a farne oggetto di decoro per la seduta esterna del suo meraviglioso palazzo urbinate. Bisognerà aspettare ancora qualche anno prima che il grande Leonardo recuperi queste fantasie in termini più ingegneristici ed esteticamente ‘moderni’, perché efficienti. Ma ciò che importa è cogliere il respiro di un’epoca in cui coesistono, appunto, le ferraglie e le applicazioni belliche della polvere da sparo, il cattolicesimo da indulgenze romane e le spinte protestanti, l’economia da latifondo medioevale e lo spirito capitalistico ai suoi esordi calvinisti, i codici miniati e i primi volumi a stampa. Ed è precisamente questo respiro che ha colto con sapienza l’occhio cinematografico di Ermanno Olmi nel suo splendido Il mestiere delle armi: un film che ci sarebbe piaciuto inserire nel nostro DVD come indispensabile corredo artistico per la comprensione del De re militari. Le ragioni del nostro interesse culturale per questo testo si dimostrano, a questo punto, molto più affollate di stimoli extra-editoriali – di innamorati cioè di uno dei primi capolavori della stampa italiana – di quanto noi stessi prevedessimo. Se anche la nostra epoca, come quella pre-rinascimentale, è su un crinale che ne sta lentamente cambiando stile e prospettive; se lentamente declina l’era Gutenberg (riservata al mass-market planetario della globalizzazione letteraria alla Dan Brown); rapidissimamente decolla, al contrario, quasi in una dimensione parallela, l’era digitale. I moderni armamenti nati dalla fantasia di Valturio e di Leonardo, nell’era dei satelliti appaiono ormai inesorabilmente sulla via del declino quanto le balestre all’apparire dei primi ‘schioppi’. Dalle bombe intelligenti di Sigismondo – per dirla con Cardini – ai missili chirurgici della modernità, il tema della guerra, della sua arte e delle sue tecnologie, che ha accompagnato tutta la vicenda della Signoria dei Malatesta, ci è sembrato di particolare e drammatica attualità. Perché se le guerre locali evolvono in terrorismo internazionale e due pacifici aerei da trasporto possono essere utilizzati per provocare l’Apocalisse; se Internet appare come il nuovo probabile campo di battaglia dove moderni virus attaccheranno i sistemi immunitari del nemico per distruggerne le difese digitali; se un raggio laser farà sembrare drammaticamente ridicoli i forni crematori nazisti e i gulag sovietici; sembrerebbe quanto mai opportuno soffermarsi un attimo sul tema della ‘guerra del futuro’ proprio a partire dalle lezioni di questa vicenda malatestiana. Sarà per puro caso, forse, ma è interessante notare come l’apologia delle doti belliche di Sigismondo Pandolfo Malatesta, scritta da un suo raffinato ‘intellettuale organico’ (avremmo detto nel ’68!) ha come esito, pochi anni più tardi, per ironia della storia, la sua sconfitta totale, anzi, la sua definitiva cancellazione dal panorama politico italiano del Rinascimento. È ovvio che agli editori preme solamente mostrare – non dimostrare – come tutto questo stia incredibilmente sotto questo Progetto, nascosto nelle sue pieghe, nei solchi microscopici del DVD che lo accompagna, nella prima raccolta di saggi critiche che finalmente indaga queste ‘fonti’ per trasmetterne l’eredità culturale, di generazione in generazione, segno di ottimismo nel futuro, qualunque siano o saranno il supporto e la tecnologia che disegneranno i connotati della futura editoria. Mario Guaraldi e Fabrizio Fenucci |